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Difese

 

difensiva.jpg (212877 byte)Chiunque, al contatto con l’esterno che può condizionarlo, innalza difese per proteggersi.

E’ un meccanismo sano e naturale che dovrebbe servire a filtrare gli stimoli esterni (e le contro spinte interiori) per valutare se e quale adattamento reciproco (6 Amanti).

 

Questo filtro è il primo passo alla consapevolezza di sé come essere separato dall’altro. E’ una separazione momentanea, che può servire a una successiva “riappacificazione” armonica (12 Appeso). E’ un modo per togliersi di dosso l’abito cucito dagli altri e trovarsene uno più appropriato (a se) adatto anche per incontrare l’altro, sufficiente a riparare la propria “nudità” (7 Carro).

 

Per interferenze e invasioni più o meno normali, una volta alzate le barriere è possibile vivere, comunque, nel proprio mondo sperimentandosi. Ma se l’intromissione è troppo pressante e costante, si resterà in continuo all’erta per essere sicuri che le difese reggano e il tempo per “inventarsi” (dal lat invenire trovare) sarà scarso se non assente.

 

La reazione difensiva può, allora, venire esagerata (8 Forza)  e nascondere il vero modo di essere, appunto per salvaguardarlo da manipolazioni e espropriazioni che lo snaturerebbero. Purtroppo questo non permette di alimentare liberamente la propria natura, affastellando modalità improprie che si stratificano e creano un’armatura di protezione eccessiva.

Il filtro serve solo alla paura e impedisce al senso critico di manifestarsi compiutamente.

 

Il proprio modo di essere, a furia di venire nascosto, può diventare “estraneo” se non addirittura vissuto come “cattivo”. Il malessere che ne deriva irrigidisce interiormente e fa sentire miseri.  

Sprofondare nella propria miseria potrebbe essere la strada che, attraverso domande e risposte precise, riconduce lo sguardo sulla parte nascosta, che manca e fa sentire incompleti.

Il “non buono” di sé andrebbe recuperato per rendergli la sua dignità.

 

Il buco da ricucire sta nascosto dietro la paura, che imprigiona. Come un bambino spaventato, va presa per mano, guardata in faccia, rassicurata. Oppure re-agirà scontrosa sempre più spaventata .. per il rinnovato timore di non essere accolta.

La paura è il bambino spaventato dal pensare di non essere “buono”.  

Alla medesima paura, possono esserci reazioni diverse e opposte, date dall’insieme dei fattori soggettivi e oggettivi.

Inibizione o esibizione. Beneducazione o maleducazione. Adeguamento o ribellione acritici. Un’apertura indiscriminata all’altro (essendo stato buttato via, butta costantemente fuori) o chiusura (non abituato a ricevere, non vuole nulla da ricevere-trattenere) oppure un’influenzabilità agli stimoli che confonde. E via.

Si può volere tutto, cioè troppo, oppure rifiutarlo per lo stesso motivo: non soffrire di nuovo.

 

Che si possa diventare possessivi per non essere posseduti, dominare per non essere dominati, distanti per non essere allontanati, intolleranti perché non si è stati accettati, … non toccare perché non si è stati (veramente) abbracciati, mortificare perché si è stati spodestati, abbandonare perché si è abbandonati, … e così via ?

 

Si cerca amore, dimenticandosi il vero nodo della questione : che si vuole semplicemente essere accettati. Lo si richiede costantemente, anche se a livello superficiale, o lo si rifiuta drasticamente. Si è comunque incompleti e irreali.

 

Così se da un lato si continuerà a proteggere, cioè nascondere, ciò che si è.  (Proteggere perché non venga deformato. Nascondere perché non lo si accetta.) Dall’altro si tenterà di essere amati per quello che non si è, rapportandosi con la maschera che (si pensa) viene richiesta, dando per scontato che non si può essere amati per quello che si è.

Oppure se, inavvertitamente o provocatoriamente, ci si mostra realmente, anche solo in parte, immediatamente ci si ritrae per paura del rifiuto, col rischio di venire fraintesi, colpevolizzati e respinti. Ci si pone come non-io, distaccato dall’altro che si tenta di accontentare al fine di essere accettati-amati in generale .. e poi, magari, lo si punisce perché se ne dipende.

 

Partendo da quello che si presume gli altri si aspettino, non si entra in relazione per quello che si è ma con altro volto. A quel punto, essere accettati per quello che si è, può mettere allo sbaraglio e confondere perché non si sa come usarsi.

Che riesca o meno a farsi amare, è l’accettarsi quello che gli manca.

La paura alla radice può essere offuscata e si penserà erroneamente che basterà essere amato.

In ogni caso, quanto meno interiormente, si sarà aggressivi, rancorosi e sprezzanti, cioè indifferenti.    

 

A volte si sosta “fuori tempo”. Ci si mette sotto la protezione di antiche difese e si prosegue stando fermi. Cioè è possibile che a trent’anni o più si sia ancora fermi alle modalità di dieci, più o meno.

A dieci anni non parlo perché mi hanno insegnato che non è educato chiedere e comunque non riesco a esprimermi (=non ho acquisito  ancora gli strumenti di questa tecnica), né sono in grado di manifestare concretamente il mio dissenso (=non ho raggiunto sufficiente autonomia). Quindi è inutile. Il pensiero è logico.

A trenta eseguo la stessa parte: taccio  .. perché parlare non serve. Trascuro il fatto che ora sarei in grado di esprimermi e agire, tanto meno mi interrogo sul chiedere. Resta solo la sensazione di impotenza : è inutile ..

E’ passato tanto tempo “inutile” che ha fatto dimenticare che si voleva chiedere, che il dissenso è esistito fino a che ci si accettava. E che ha spento il coraggio di dissentire fino a sentirsi “non buono”.

Il tacere è come dire “tanto non mi accetteranno” per nascondersi che non ci si accetta da se.

Allora tace. E non chiede, così potrà fare quello che “deve” almeno a suo modo, senza ulteriori interferenze. O altro.

 

Le modalità reattive che vengono agite per andare contro, tradiscono la vera indole anche se portata agli estremi (ovvero usata impropriamente) e diventa difficile sentirla veramente propria, anche se la si sventola come un trofeo. Perché proseguendo nell’estremizzarla, una parte di se viene penalizzata e ci si sente “imperfetti”.

Se si decide che una parte non è “buona” e la si elimina, questa parte continuerà in un modo o nell’altro a farsi sentire creando turbamenti confusi.

 

Non chiede, tanto è inutile .. “così potrà fare .. a suo modo”: rivela una personalità che sa (o saprebbe) ciò che vuole, in grado di muoversi da sola, senza bisogno di assenso. In grado quindi di  accogliere anche un no.

Sa ciò che vuole ma le hanno insegnato che non è “bene” chiedere. Poi ha imparato anche che se non chiede ha più probabilità che non le venga chiesto. Sa ciò che vuole ma non chiede, quindi non conosce ciò che vuole, crede di sapere.

Prende quello che le viene dato, ma non se ne nutre, inghiotte e espelle .. anche ciò che vuole. Non sa ricevere, contenere.

Non nutrita non sa nutrire, nemmeno se stessa.

 

Non chiede, perché ancora non lo sa .. troppo presa a difendersi. Dice “posso fare a meno di te”, cioè ancora ti rifiuto perché mi puoi rifiutare. Vale a dire, ancora per accettarmi ho bisogno del tuo consenso.

Continua a essere legata al passato, fuori tempo, che continua a punire difendendosi “non farò ciò che vuoi”, mettendo però altri in mezzo che non c’entrano. Senza rendersi nemmeno conto di essere “sotto ricatto”.

Qualcuno dovrà prima o poi iniziare a comprendere che l’altro fa così per lo stesso motivo, a sua volta non è stato accettato ..

Il passato è morto. Onoriamolo con un rito: abbandonare le modalità e gli schemi che snaturano instaurati nel passato, morto-non-ancora-morto, per lasciarlo andare. Così tornerà dal passato solo quello che è buono, che resterà sempre dentro.

 

Basta!  

E’ tempo di riappropriarsi di sé e non ripetere l’errore. Ovvero avere la capacità di slegarsi dai condizionamenti.

Bastarsi.

Fermarsi a riflettere. Comprendere l’errore. Ritornare sui propri passi. Rimediare. Ecco: questo sono io.

Contromossa che disarma!

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