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Sentire

 

 

Sentire la mancanza di ciò che si vuole avere, accettare di aprirsi a questo vuoto, permette di muoversi verso il desiderio da soddisfare, di dare profondità al sentire.

Il non riconoscimento porta a muoversi alla cieca, se non verso un sostitutivo che non può colmare, anche se lo si ottiene. Si determina una sovrapposizione fra ciò che origina la mancanza e il surrogato, che altera la funzione del sentire con compensazioni devianti.

 

Per esempio : se il bambino desidera il conforto del calore del corpo e ottiene costantemente il biberon, alla fine li sostituirà e assemblerà impropriamente nella sua mente. Da questa confusione nel sentire nasce la difficoltà di comprendere la verità dei propri sentimenti.

 

Se si tenta di riempire un buco lasciato da mancanze passate, questo copre i sentimenti attuali.

L’amore, cioè il nutrimento emotivo, che si reclama diventa più forte del sentimento verso la cosa o persona che sta di fronte ora. Di cui ci si ingozzerà, indiscriminatamente, per colmare il vuoto (13 Morte, 15 Diavolo, 17 Stella, 19 Sole, 21 Mondo). O, attraverso cui si punirà il responsabile della mancanza (13 Morte, 14 Temperanza, 17 Torre, 18 Luna, 20 Giudizio).

Ma la cosa o persona di ora non hanno niente a che fare con questa mancanza. Quindi non può risolvere. E resteranno fuori (vendetta indifferenziata). Se non si comprende questo, la fame sarà insaziabile. Una portata seguirà l’altra fino alla nausea.

Bisogna “svegliarsi” al presente e capire i sentimenti che lo riguardano, senza sovrapporli o sottometterli al passato. Perché siano “sacri”

 

Inizialmente, dalla propria confusione, è naturale cercare uno specchio in cui riflettersi che rimandi l’immagine di sé, confusa e che confonde, per riuscire a vederla dandole profondità, cioè più dimensioni.

 

Ci si aggrega ai propri simili, quelli in cui ci si rispecchia, con cui ci si confronta e insieme a cui si va "contro" gli altri, quelli diversi. Poiché ci si basa su un comune sentire (che diventa "sacro") vengono condivisi “rituali” di gruppo, che trasgrediscono le regole dei “dissimili”.  Questo porta a confrontarsi piuttosto a fondo col sentire, così da verificare quanto sia valido.

 

L’aggregazione è una fase transitoria che serve sia a staccare gli ormeggi dal passato che a proiettarsi verso il futuro.

Per intenderci.   L’adolescente dal clan della famiglia passa alla tribù dei coetanei, in un certo senso sconfina. E via via, orientandosi ad ogni livello, verso coloro che ritiene più affini per interessi e obiettivi. E’ un processo naturale.

 

Dare profondità al sentire trasforma.

Come una cipolla, pellicola dietro pellicola, si arriva al cuore di sé. Da qui il ritorno verso l’altro ha meno confini, perché ormai “sgrezzati” si riconosce che la libertà è sacra .. la propria come l’altrui.

La consapevolezza del proprio sentire, della propria verità e purezza, fortifica. Non c’è più il bisogno di conformarsi o di ribellarsi reattivamente a norme esterne per non sentirsi diversi, indifesi, emarginati .. Si riconosce la propria singolarità come ricchezza da mettere in comune con l’altro, pur diverso nella sua singolarità, su sentimenti profondi.

L’unione fa la forza se rigenera, altrimenti rischia di tramutarsi in bisogno acritico di sicurezza o in violenza.

 

Il contatto con l’altro trasforma sempre, anche se questo può risultare impercettibile. Come se le energie chimiche di ognuno si contagiassero reciprocamente, con una conseguente reazione che muta ogni componente, ingenerando parti di se che riguardano l’altro. Anche se sostanzialmente non deformano .. o non dovrebbero.

Diciamo che una parte “superata” (l’io di ieri) muore per rinascere (nell’io di ora).  E’ una morte talmente naturale che, difficilmente, la si “registra” a livello conscio. Ma, a volte, diventa dolorosamente percepibile, anche se vissuta come altra cosa. Perché va a colpire un punto dolente: un’energia-aspetto irrigidito, intorpidito, dimenticato. Non risolto, cioè non ancora morto mentre avrebbe dovuto esserlo.

L’io di ora si trova allo sbaraglio, si percepisce disintegro più che mai e con la necessità di reinventarsi, ma per farlo deve tornare indietro e recidere definitivamente il passato.

 

Il contatto con l’altro tocca nell’intimo, perché lo introduce dove siamo veri, nudi. Forti e vulnerabili allo stesso tempo. Vulnerabili, soprattutto, perché ci hanno insegnato a coprire con vergogna ciò che si è, che è stato rifiutato perché diverso … o inquietante come qualche parte misconosciuta di se?

Là, si annida la paura che emerge quando ci si apre per far entrare l’altro.

Un’apertura serve a entrare come a uscire. Mentre l’altro entra in me, io esco da me. O viceversa. Per uscire da me devo avere il coraggio dei miei sentimenti. Sentirne la forza nel cuore. E il primo sentimento a muoversi è quello verso se stessi, per cui se non si sa chi né cosa si è, come lo si potrà sapere rispetto all’altro?

 

Ciò che entra all’interno ha bisogno di intimità, fiducia. Di nutrimento, che si ottiene  portando i sentimenti in profondità. Non di essere mostrato, ma nemmeno nascosto.

Di nascosto si fa ciò che non si approva da se e che si teme non venga accettato dall’altro. Il che tradisce una falla interiore.

Si mette in mostra ciò per cui si vuole ottenere il consenso che in sé non si trova.

Non necessariamente questo indica una mancanza di sentimenti, ma sicuramente una confusione e dipendenza dall’altro.

Questo,  in genere, fa lievitare la gelosia, che nasce dal sentire oscuramente che l’altro non ci appartiene, pensando quindi che lo si può perdere. Ovvero perdere quella parte (di se) nata dall’incontro con l’altro. Dal quale, quindi, dipende quel qualcosa che sento che compensa quello che non riesco a sentire (di me).

 

Da queste dis-funzioni, soprattutto,  derivano i Tabù, non ultimo quello che ha a che fare col sesso - una delle facce dell’amore che nutre i sentimenti - di cui troppo ancora si parla per poterlo ritenere superato.

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